La Scuola

14 ottobre 2007

Anche in Italia,come è accaduto in Francia, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che il ’68, in campo scolastico, ha fallito il proprio progetto e la conseguenza è stata lo sfascio della scuola stessa.

In quegli anni, nelle scuole e nelle università, per un principio di egualitarismo, si era rotto ogni schema: gli insegnanti ed i docenti non avevano la libertà di azione, gli studenti volevano discutere tutto: dai programmi scolastici alle valutazioni ed alle nomine.

Questi comportamenti venivano sostenuti anche dagli intellettuali e penso al filosofo francese Jean Guitton i cui pensieri rafforzavano le nostre idee.

Purtroppo i risultati di quella rivoluzione, oggi, sono sotto gli occhi di tutti: la nostra scuola e la nostra università sono agli ultimi posti in Europa.

Occorre dunque cambiare e, purtroppo, le manifestazioni, in tal senso, arrivate dalla sinistra di governo sono sempre impregnate di “statalismo garantista” che serve per non cambiare niente.

L’abolizione della riforma Moratti mi fa pensare a quelle amministrazioni comunali di sinistra, della provincia italiana, che, dopo aver vinto le elezioni, per dare un segnale di cambiamento distruggono l’arredo urbano della piazza costruita dalla precedente amministrazione.

La medesima cosa accade con questo governo: abolire le riforme effettuate dal precedente governo è il precetto da attuare.

Questa politica demolitrice ha fatto sì che le nostre Università scivolassero nella mediocrità: negli atenei non si fa ricerca, i giovani che si laureano sono sottoacculturati e come tali incapaci di competere sul mercato europeo moderno.

Per risalire la china occorre dare ai giovani una risposta precisa fatta di idee nuove e coraggiose.

Occorre, com’è nel progetto di Sarkozy in Francia, “rivalutare l’eccellenza, la selezione, l’emulazione scolastica, bisogna restituire dignità alla scuola e alla trasmissione del sapere, che restano l’unica strada, anzi la via maestra per realizzare la democrazia e riattivare la mobilità sociale”.

Occorre investire in strutture e risorse umane. Se è vero come è vero che i migliori matematici oggi sono indiani ed ucraini questo fatto dovrà pur indurci a riflettere e prendere gli opportuni rimedi?

Non può essere che i nostri insegnanti privati di ogni prestigio, sia sotto l’aspetto umano che sotto l’aspetto economico, abbiano rinunciato al loro ruolo tradizionale!

Battiamoci tutti per una politica rivoluzionaria che dia prestigio ed autorità agli insegnanti, responsabilizzandoli dei risultati, premiando i più bravi con maggiori contributi e con maggiori stipendi, sicuramente seguiranno i risultati.

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