CASSAZIONE CIVILE: contratto parcheggio aree comunali di sosta

31 gennaio 2010

Con ordinanza n. 683 del 19 gennaio 2010 la Terza Sezione della S.C. ha rimesso gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite, evidenziando di aver emesso, nel 2009, due decisioni di segno opposto sulle questioni relative alla qualificazione del contratto concluso dall’utente allorquando acceda per la sosta ad un’area destinata al parcheggio dal comune e data in concessione a terzi, all’incidenza che su tale qualificazione può avere la circostanza che il parcheggio sia stato istituito dal predetto ente nella supposizione di esercitare il potere di cui all’art. 7, lettera f) del CdS e all’assunzione, o meno, da parte del gestore, dell’obbligo di custodia.


RICCIONE: il giro di valzer delle poltrone

30 gennaio 2010

L’orchestra non suona più … è stato sufficiente paventare la sostituzione della Tordi con l’ex Consigliere Giuseppe Massari che in Giunta è scoppiato il panico.
Ed allora via … ad indicare il nome di dell’ex on. Bulgarelli, un nominativo importante (ex membro di diverse commissioni parlamentari da quella sulla giustizia a quella d’inchiesta sull’uranio impoverito, sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin), per dissolvere ogni velleità di Massari. La Tordi, per ora è salva … ma per quanto ancora?
Il valzer delle poltrone, per ora, non si fa, ma Gobbi, se continua così, rischia di fare la fine di quel calciatore che, stando in panchina, passa il suo tempo a correre lungo la linea del campo a riscaldarsi e quando entra in campo, all’ultimo minuto … il risultato non cambia … però raccoglie i fischi della sconfitta!
Il gioco del capogruppo della maggioranza, toccata dalla questione morale di Zaffagnini, rischia di paralizzare l’intera amministrazione.
Gli elettori di sinistra, ormai, si lasciano andare alla stanchezza e dopo gli scandali di Marrazzo, di Del Bono e la vittoria di Vendola, in Puglia, sono quasi rassegnati!
Ieri al Bar ho sentito “uno” dire: me’ st’an an vag a vute’! (io quest’anno non vado a votare!)


ROMA: illustrata in Parlamento la relazione sullo stato della giustizia

26 gennaio 2010

Il 20 gennaio 2010 il Ministro della Giustizia ha illustrato al Parlamento l’annuale “Relazione sull’amministrazione della giustizia in Italia” nell’anno 2009 ed i provvedimenti varati e in cantiere per migliorarne l’efficienza. Da una parte si registrano; oltre 5 milioni di procedimenti pendenti nel settore civile e oltre 3 milioni in quello penale; 65.067 detenuti (di cui 24.152 stranieri); dall’altra, 20.959 minorenni segnalati dall’autorità giudiziaria minorile agli uffici di servizio sociale per i minorenni. Fra gli altri dati significativi: Circa il 12% dei processi penali è rinviato per omessa o irregolare notifica; oltre 30mila cittadini hanno chiesto di essere indennizzati a causa dell’irragionevole durata del processo, con un trend in crescita delle richieste pari al 40% l’anno. Sono dati che fotografano lo stato di crisi in cui versa il sistema della giustizia italiana. In tale quadro, il Ministro della giustizia ha avviato tre linee guida: adozione di misure organizzative; promozione di innovazioni legislative in materia ordinamentale e procedurale; previsione di un programma di impegni per il 2010. Il Guardasigilli ha illustrato poi le misure che il Governo ha adottato ed i principali obiettivi realizzati nel 2009: sono state operate scelte di innovazione tecnologica, amministrativa ed organizzativa, fra cui un Piano nazionale di diffusione delle migliori pratiche; interventi in materia di costi e di disciplina delle intercettazioni; copertura delle cosiddette sedi disagiate; istituzione del Fondo unico giustizia; gestione del personale amministrativo. Nel 2009 il Governo è inoltre intervenuto sulla materia legislativa con spirito riformatore sul processo (legge n. 69), con numerose misure nel diritto penale, tra cui l’introduzione del reato di “stalking” e la legge sulla “sicurezza pubblica”. È stato infine predisposto un pacchetto di norme antimafia, e promossi interventi per risolvere il sovraffollamento delle carceri. La legge n. 94 del 2009 ha poi introdotto un’innovazione del “carcere duro”, riducendo ancor di più il rischio di contatti tra il mafioso detenuto e gli associati in libertà.


RICCIONE: questa giunta non va!

26 gennaio 2010

In comune, da un po’ di tempo, nella maggioranza e nell’opposizione, si ode, sulla Giunta, un astioso silenzio, ma sottovoce tutti a dire che così non va!
Sale di giorno in giorno la delusione per il Sindaco Pironi che patisce sì la fallimentare eredità della Giunta Imola come la cementificazione selvaggia, la crisi del settore urbanistica con l’indagine della Procura sul dirigente Zaffagnini, il pataracchio del Palas, ma soprattutto pesa l’incapacità di alcuni assessori. E’ paralizzato l’assessore all’ambiente, è fermo l’assessore all’innovazione, così pure l’urbanistica. L’unico dinamico è l’assessore al patrimonio con i “saldi di fine stagione”. Il turismo inesistente.
Un’amministrazione nel caos!
Per uscire dall’empasse, si dice, che il sindaco, assalito da mille pensieri, stia pensando ad un “rimpasto di Giunta”. Ed allora ecco rincorrersi diverse voci sulle new entry, ma, al momento, escluso il nome certo del “panchinaro” Simone Gobbi , sugli altri regna il segreto …. gli equilibri interni alla maggioranza sono troppo precari. Qualcuno della maggioranza, infatti, guarda all’opposizione per una spallata ma, come diceva il Manzoni: “se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare” ed allora … tutto si ricomporrà con una poltrona!


AREZZO: generazione PDL. Protagonisti. Sempre.

24 gennaio 2010

MESSAGGIO DI SALUTO DI SILVIO BERLUSCONI
Messaggio del presidente del Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi Caro Ignazio, caro Maurizio, invio un caloroso e affettuoso saluto agli amici che da tutta Italia sono venuti ad Arezzo per partecipare alla “covention” che avete promosso con tanto successo. Condivido pienamente il titolo, “Generazione PdL”, che sottolinea l’impegno comune nel formare soprattutto le nuove generazioni, per educarle ai valori della libertà e della democrazia, che sono i nostri valori di sempre, i valori del Popolo della Libertà. Il nostro messaggio ai giovani è che puntiamo tantissimo su di loro, e vogliamo farne i protagonisti di una nuova stagione politica, con uno stile ed un linguaggio sempre improntato all’ottimismo e al rispetto dell’avversario, per dimostrare con i fatti che l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio. Da quando è nato, poco meno di un anno fa, il Popolo della Libertà rappresenta un motivo di orgoglio per noi e di fiducia per gli italiani. Il nostro buongoverno dell’Italia ha convinto un numero crescente di elettori a darci la loro fiducia, affidando ai nostri uomini un numero crescente di città, di province e regioni. Avanti così! Ringrazio i tantissimi partecipanti che, ogni giorno, operano sul territorio, nei consigli comunali, nei quartieri e nelle assemblee elettive, facendo del Popolo della Libertà una realtà che vive tra la gente e ne ascolta le richieste. Sono certo che tutti daranno il loro indispensabile contributo al successo della campana di tesseramento che abbiamo aperto nei giorni scorsi, con l’ambizioso obiettivo di arrivare ad un milione di iscritti. Grazie di cuore per quello che state facendo, e un saluto a tutti i partecipanti e ai relatori con la certezza che anche da Arezzo i Popolo della Libertà riceverà un’ulteriore spinta per nuovi successi, a cominciare dalle prossime elezioni regionali, e per porre rimedio ancora una volta ai troppi guasti creati dal malgoverno locale della sinistra. Auguro a voi tutti di realizzare i sogni ed i progetti che avete nella mente e nel cuore . Buon lavoro e un forte abbraccio per tutti.


UN PO’ DI SONDAGGI ……. Berlusconi stabile oltre il 50%, Bersani giù

24 gennaio 2010

Da affari italiani riprendo un sondaggio recente sulla politica che, nonostante il mio riposo, continua a piacermi.
“E’ stabile sopra il 50% il consenso nel presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, così come quello nell’esecutivo di Centrodestra. Mentre in sette giorni il gradimento del leader del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, è sceso di due punti passando dal 38 al 36, dopo essere rimasto stabile per ben tre settimane. Sono i risultati dell’ultimo sondaggio realizzato da Nicola Piepoli lunedì 18 gennaio e diffuso in esclusiva da Affaritaliani.it.

Il ministro più amato del governo è Franco Frattini (Esteri). Poi segue un folto gruppo composto da Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione), Roberto Maroni (Interno), Giulio Tremonti (Economia) e Luca Zaia (Agricoltura). Colpo di scena tra i partiti. Il Popolo della Libertà, rispetto alla rilevazione dell’11 gennaio, guadagna mezzo punto percentuale e sale al 38,5. Al contrario la Lega Nord subisce una flessione e scende per la prima volta dopo diversi mesi al 9% (nettamente sotto il dato delle Europee). Mpa 1% e La Destra 1,5. Fermo da cinque settimane l’Udc al 6,5%. “Immobile” anche il Partito Democratico al 29. In lieve crescita invece l’Italia dei Valori, tornata al 7%. La Lista Comunista è al 2,5%. Altri di Centrosinistra 2,5 così come gli altri partiti in generale.
Il sondaggio è stato effettuato lunedì 18 gennaio (campione di 500 casi rappresentativo della popolazione italiana, metodologia C.A.T.I.)”.


B. CRAXI: la Corte di Strasburgo

20 gennaio 2010

La Corte Europea dei diritti dell’uomo, a cui fece ricorso l’ex Presidente del Consiglio Craxi, il 5 dicembre 2002, condannò l’Italia per violazione dell’art. 6 della convenzione di Strasburgo sull’equo processo.
L’articolo della Convenzione europea dei diritti umani stabilisce il principio che ogni imputato ha il diritto di interrogare, per il tramite del proprio legale, durante l’istruttoria dibattimentale le persone che lo accusano.
B. Craxi fu condannato, in violazione di questa norma, sulla base delle dichiarazioni rese fuori dal processo impedendo, in tal modo, alla difesa di “contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna”.
Il GIP Italo Ghitti, invece, motivò così il suo distacco dal pool: “Ho deciso di terminare il lavoro di mani pulite quando mi resi conto che non riponevo più fiducia nella correttezza dei pubblici ministeri..”. Accompagnò poi le proprie dichiarazioni condannando il “magistrato gladiatore” e la tendenza del pool di Milano ad andare “troppo dietro al consenso popolare”.
Forse proprio per questi comportamenti dei giudici di Milano Craxi non volle riconoscere al pool il diritto di accusarlo ed a Pannella, che gli aveva consigliato di farsi arrestare, facendo le corna, rispose: “Io farmi arrestare? Mai!”.
Il Presidente, anche in questa situazione di “golpe giudiziario”, così come aveva fatto a Sigonella, difendendo l’autorevolezza del proprio Paese, mantenne la schiena diritta conscio, che, ormai, si era scatenata la guerra contro il sistema…”.


Minzolini al Tg1 difende Bettino Craxi

13 gennaio 2010

Da Repubblica on line del 13 gennaio 2010

Un “capro espiatorio” e uno “statista” che non ha bisogno di essere riabilitato. Bettino Craxi è stato definito così dal direttore del Tg1. Augusto Minzolini ha sferrato un duro attacco alla storia dell’inchiesta su tangentopoli, a dieci anni dalla morte del leader socialista. Sempre al Tg1 ha parlato di Craxi anche Massimo D’Alema: ”Sono contrario alle polemiche.
In realtà bisognerebbe discutere di Craxi, che è stato una figura importante della storia italiana, con maggiore distacco. Ormai fa parte della storia del Paese e credo che questo ci aiuterebbe a vederne le qualità accanto a quelli che, a mio giudizio, furono gli errori”.


Gli ultimi giorni di Craxi a dieci anni dalla morte

8 gennaio 2010

Per ricordare il Presidente del Consiglio B. Craxi a dieci anni dalla morte, mentre molti non vogliono interrogarsi su ciò che sono stati i processi di tangentopoli. Fu vera giustizia? Dopo quindici anni sembra proprio di no!

Da il Giornale on line, Stefano Lorenzetto:

«Porta il computer». Quale computer, scusi? «Se non hai con te il computer, con che cosa la scriviamo l’intervista?». Ero arrivato in hotel a Tunisi da mezz’ora e già temevo di dover tornare indietro a mani vuote. Bettino Craxi – l’avrei imparato solo l’indomani – non dava interviste: le dettava. Sillabava le parole, torniva le frasi, scolpiva i concetti. Quindi uno scalpellino, gli serviva, come si confà a chi consegna alla Storia massime eterne, non un giornalista. Mi dava del tu senza che ci fossimo mai incontrati o sentiti in precedenza. Ma, al telefono da Hammamet, dietro il tono confidenziale dissimulava il tratto distintivo del suo carattere: la perentorietà. «E vabbè, vieni domattina col registratore».
Porta, vieni. Parlava solo per imperativi. Il giorno dopo non fu da meno:entra, siediti, scrivi, aggiungi, cancella, dimmi, spiegami, raccontami, spegni (il registratore, «ti rivelo il nome del politico democristiano che condannò a morte Aldo Moro»), bevi (il rosso dell’Oltrepò pavese), assaggia (il salame felino, «ma qui mi mandano anche il pecorino sardo e la burrata pugliese e mangio pure i mondeghili, come a Milano, che ti credevi?»). Una vita passata a dare ordini, a decidere per gli altri. Continuava. Non da esule, non da latitante. Da statista. Il mestiere per cui era nato.
Per la prima voltamelo immaginai indifeso. Non è burbanza, pensai, ma timidezza. Quante gliene avevo dette, appena quattro anni prima, sul giornale della mia città! Per la sua insistenza nel trasmettere in fac-simile memoriali e rettifiche a Procure e quotidiani, scrissi che non ad Hammamet avrebbe dovuto rifugiarsi, bensì a Sfax. E quando aveva confessato a Panorama che non trovava il mezzo di trasporto adatto per tornare in Italia («E come? In carrozzella? A cavallo? »), in prima pagina mi offrii persino di pagargli il biglietto, 271.000lire, del volo TU752 per Roma della Tunis Air, in partenza ogni mattina alle ore 10.55 da Tunisi. Sarcasmi così, d’accatto.
Era il 28 gennaio 1999. Un anno dopo, di questi giorni, sarebbe morto. Credo che il presentimento del congedo lo accompagnasse a ogni passo. Però gli seccava moltissimo ammetterlo. «La questione non mi sembra attuale», rispose sbrigativo quando gli chiesi se avesse già individuato il luogo dove farsi seppellire. «Oggi vedo che la vita si allunga in modo straordinario. Io sono già arrivato ai 65. Ma alla morte ci dobbiamo pensare tutti, vero?». Fece una delle sue pause, un po’ studiate e un po’ sincere. «Il meno possibile…». Poi, per non sottrarsi alla domanda, mi confidò che era pronto per lui «un posticino» nel cimitero cattolico di Hammamet, accanto alla tomba del parroco italiano, don Vittorio Lombardi, nativo di Tunisi. Riposa lì da dieci anni. Non ha fatto nemmeno in tempo ad arrivare ai 66. «La mia libertà equivale alla mia vita » è inciso nel libro di marmo bianco sulla lapide. Poteva bastare così, c’erano già nome e cognome, tutti avrebbero capito. No, ha voluto che aggiungessero il suo autografo. Fedele al personaggio fino all’ultimo. La libertà.
La sera prima di partire per Tunisi, Indro Montanelli mi aveva spiegato che, fosse dipeso da lui, Craxi sarebbe potuto rientrare in Italia anche subito senza transitare da San Vittore. A una condizione: «Che se ne stia zitto e si faccia dimenticare».Lo riferii all’interessato, che commentò tagliente: «È l’esatto contrario di ciò che intendo fare. Non mi metto nelle mani della giustizia politica. Neanche morto. O da uomo libero o mai più».
Mai più. Ma non fu affatto una libertà vera, quella di cui godette nei 2.074 giorni finali della sua breve vita. «Non sono costretto in una condizione di dolore e infelicità, sarebbe ingiusto se ti dicessi questo. È che non ci sono abituato. Prima giravo il mondo, lavoravo ». Gran sospiro. «Forse è la fine di tutti i pensionati», cercava di sviare la malinconia. Lo sapeva persino Amhadi, il tassista che da Tunisi mi portò fino ad Hammamet, come stavano le cose: «Et voilà la prison!», aveva esclamato, fermando la vecchia Peugeot davanti al muro bianco di cinta in route El Fawara.
Craxi viveva prigioniero in casa propria, guardato a vista dagli agenti della polizia tunisina, almeno una quarantina suddivisi in vari turni di guardia. Io ne contai sette soltanto all’ingresso della villa. Anche se fingeva con se stesso sulla sua reale situazione («non sono protetto dalle autorità, ma ben voluto dal popolo»), appariva evidente anche a lui, l’uomo che in Italia era stato per due volte capo del governo, come la deferente custodia assicuratagli dal presidente Zinal-Abdin Ben Ali si fosse trasformata in una dorata reclusione. Me l’aveva lasciato intendere chiaramente nella telefonata: «Quando arriverai ad Hammamet, all’entrata di casa troverai i militari. Digli che sei un amico di famiglia, non un giornalista. Non esibire tessere professionali, mi raccomando. Se non ti lasciassero passare, vai all’albergo AbouNawas e telefonami da lì. Vedrò di raggiungerti».
Gli agenti nella guardiola erano armati di pistola e muniti di metal detector e ricetrasmittenti. Dal cinturone di uno di loro pendevano un paio di manette. Filò tutto liscio. Nel vialetto d’ingresso i mulinelli di vento sollevavano brandelli di Corriere della Sera, foglie secche, gomitoli di lanugine vegetale proveniente dai tronchi delle palme. Ricordo d’aver pensato: e questa sarebbe la reggia da mille e una notte del più grande tangentiere di tutti i tempi? manco un giardiniere può permettersi? ma allora dove l’ha nascosta tutta la ricchezza accumulata illecitamente? come l’ha spesa? a chi l’ha data, visto che i figli lavorano e in casa l’unica colf è la moglie?
Considerazioni che facevano il paio – me ne rendevo conto solo in quell’istante- con la scoperta che la contessa Marina Lante della Rovere,poi Ripa di Meana, assidua frequentatrice del buen retiro tunisino, aveva fatto anni prima,ai tempi d’oro: Craxi dava da bere ai suoi numerosi ospiti l’acqua del pozzo, riempiendo le bottiglie vuote di minerale. Di lì a un paio d’ore, l’ex leader socialista m’avrebbe letto nel pensiero: «A proposito, ma tutti questi casi di arricchimento personale dove sono? Si dovrebbero vedere, no? Perché non saltano fuori?». Collimava con ciò che il suo storico avversario, Francesco De Martino, il segretario del Psi che nel 1976 all’hotel Midas di Roma fu disarcionato dai quarantenni capeggiati da Craxi, m’aveva detto appena un mese prima: «Bettino ha applicato con eccessiva disinvoltura il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi. Ma io non credo che egli si sia arricchito personalmente. Il denaro era per lui soltanto uno strumento della politica».
Il freddo africano, tanto più fastidioso di quello europeo quanto più inaspettato, nel villino di Hammamet era appena mitigato dal ciocco che ardeva in un caminetto troppo lontano per riscaldare le ossa. Fuori s’intravedeva una piscina anni Sessanta. L’insieme della scena era di una tristezza infinita, quasi angosciosa. Il padrone di casa si mostrò molto docile nel lasciarsi ritrarre mentre sfogliava un libro pubblicato nel 1848 che pareva procurargli una mesta ilarità, Les gens de justice di Honoré Daumier, il caricaturista fustigatore di giudici e avvocati. Prima che scattassi la foto, si preoccupò di aprirlo su una pagina dove non comparisse un magistrato: gli scocciava passare per vittimista. La scelta cadde sulla vignetta di un leguleio altezzoso che accompagna all’uscita del palazzo di giustizia una povera vedova piangente, sorretta dal figlioletto vestito come un martinitt. La didascalia in francese suonava pressappoco così: «Avete perso il processo, è vero, ma avete potuto provare il piacere di sentirmi perorare la vostra causa».
Il Craxi di Hammamet sembrava straziato dal pendolarismo fra due sentimenti contrapposti: un’orgogliosa rivendicazione di autonomia da un lato, una nostalgica afflizione dall’altro. I quotidiani italiani freschi di stampa, in bella mostra sul tavolo, avevano lo scopo di confermare la prima e smentire la seconda agli occhi del visitatore. Al pari di certe affermazioni d’un candore disarmante: «Prima che tu arrivassi stavo giusto guardando una corsa di cavalli a San Siro in televisione…». Ma il suo stato d’animo era ben altro e gli proruppe dal petto, insieme con una lacrima liberatoria, qualche istante dopo: «La verità è che l’Italia mi incombe in casa a tutte le ore del giorno e della notte. Vedo Milano in Tv e mi viene il magone. Vorrei andare in piazza del Duomo, vorrei sostare sulla tomba dei miei genitori nel cimitero di Musocco».
Rievocò la sua partenza dall’Italia in aereo, maggio 1994, con gli accenti lirici dell’«addio monti» manzoniano: «Guardavo Roma giù sotto, i campi ben pettinati, il profilo del litorale, il mar Tirreno…Sentivo che non li avrei più rivisti». D’improvviso si ricordò che ero lì per un’intervista. Sul retro di una fotocopia formato A3, che riproduceva un articolo del Tempo di Roma, cominciò a disegnare quella che definì «la mappa». Tracciava le linee con la teatralità di certi chirurghi in sala operatoria quando s’accingono ad affondare il bisturi nelle carni e intanto illustrava la sua teoria: «È come se l’Italia fosse stata divisa in tre zone, regione per regione. La prima è la zona N: sta per “non”, cioè questi qui non si devono toccare. La seconda è la zona S: sta per “scomparire”, cioè questi qui devono starsene buoni, non agitarsi, tornare dietro le quinte, soltanto così avranno la certezza di salvarsi.
La terza è la zona M: sta per “massacrare”, cioè questi qui vanno annientati. Devo dirti in che zona stava Craxi?». Proseguì: «Vogliamo applicare la mappa a un partito? Il Pli, per esempio. Nella zona N chi troviamo? Zanone. Non si tocca. Zona S: Altissimo. L’hai più visto, tu, Altissimo? Sparito. Zona M: De Lorenzo. Massacrato». In alto mise l’intestazione: «La mappa». In basso la firma: «B.Craxi».Sottolineata. Aggiunse la data. La conservo ancora, appesa nel mio studio. Ad Antonio Di Pietro, il pubblico ministero che lo aveva inseguito per anni, riservò cinque parole in tutto:«Di Pietro non guida, è guidato ». Per non apparire criptico, soggiunse: «Chi invitavano a parlare ai convegni di Fiuggi presieduti da Giulio Andreotti e organizzati da Giuseppe Ciarrapico? Di Pietro. E a Milano chi erano quelli che preparavano insieme col futuro eroe un’associazione per il rinnovamento dell’Italia? Gli andreottiani ».
Pochi giorni prima i giudici tributari della sua città avevano sentenziato che il tesoro di Craxi custodito nei caveau esteri, di cui tanto si favoleggiava, non esisteva,non era mai esistito. Non sembrò affatto sorpreso che la notizia fosse passata sotto silenzio: «A parte Il Giornale, ne ha scritto qualcun altro? Giusto all’Ansa è scappato un flash alle 8 della sera dopo, ma nessuno l’ha ripreso. A proposito di completezza dell’informazione». Cercai di portare il discorso sui suoi compatrioti. Devoto com’era a Garibaldi, lo troncò con un giudizio sprezzante, che suonava più aspro d’un epitaffio: «Gli italiani! In mille partirono da Quarto. Non ci sarebbe neanche l’Italia se fosse stato per gli italiani». Preferì parlarmi invece del suo destino di prete mancato. «Da bambino avevo le visioni. Mi appariva Gesù. Un’illusione ottica, ma io allora ero convinto che Cristo guardasse proprio me. Accadeva nella sacrestia della chiesa di San Giovanni, in piazza Bernini a Milano, davanti a un dipinto che raffigura il volto della Sindone. Avevo 10anni, facevo il chierichetto, stavo lì per ore sull’inginocchiatoio a fissarlo. E Gesù a un certo punto apriva le palpebre e mi guardava». Aveva coltivato la vocazione fino all’adolescenza: «Ho studiato al collegio De Amicis di Cantù. Ho girato tutti i seminari della Lombardia. Ma poi, la guerra…».
Passato qualche anno, m’arrivò un’indiretta conferma che quell’antica chiamata aveva lasciato una traccia spirituale profonda: cinque litografie, tirate da Craxi in 50 esemplari, con la preghiera che l’arcangelo Gabriele fece leggere a Maometto nella «notte della Rivelazione », definita dal Corano «più buona di mille mesi».Scritta in arabo, perché ad Hammamet l’artista autodidatta di route ElFawara aveva imparato la lingua locale. Ho rivisto in questi giorni nel sito Dagospia una foto di Bettino Craxi mentre pedala sulla cyclette nel suo romitaggio tunisino. Ha la medesima tuta color antracite che indossava quando lo incontrai. Ma guarda tu ’sto nababbo che vestiva sempre uguale, non aveva neppure una felpa di ricambio. Solo che quel 28 gennaio la gamba destra dei pantaloni era sollevata fino al ginocchio. Appena entrato in cucina, trovai la moglie Anna accovacciata per terra, intenta a massaggiargli con una pomata la rotula dolorante. Il giorno prima era caduto inciampando nel proprio piede sinistro, infilato dentro una scarpa da ginnastica tagliata in punta per lasciar fuoriuscire l’alluce piagato dal diabete, «un foruncolone», secondo la definizione del pm Di Pietro.
E così m’è tornata in mente la telefonata che Craxi mi fece al mio rientro in Italia, dopo che gli avevo spedito via fax l’intervista per il benestare alla pubblicazione, come concordato: «Non c’è una virgola da toccare. Però, ti prego,non scrivere che Anna qui fa l’infermiera, che l’hai vista spalmarmi il Lasonil sul ginocchio». D’accordo. «Grazie. Addio». Allora non sapevo perché mi salutasse in quel modo. Ma lui sì.