“Lodo Alfano? C’era già, fu inventato per salvare Scalfaro

27 luglio 2008

Il Lodo Alfano? «C’è un precedente», spiega Giuseppe Di Federico, professore emerito di sistemi giudiziari all’Università di Bologna.
Quale? Una vecchia legge dimenticata?
«No, io mi riferisco a un provvedimento della magistratura. Strano che nessuno se lo ricordi». L’ex componente del Consiglio superiore della magistratura sorride, sospira, borbotta: «Strano Paese il nostro. Certo sono passati quindici anni, ma la storia è nota, stranota: riguarda il presidente Oscar Luigi Scalfaro».
Lei pensa ai fondi riservati del Sisde?
«Esatto. Una vicenda che mi è tornata in mente nelle scorse settimane, osservando le polemiche sorte a proposito del Lodo Alfano».
Perché?
«Perché il Lodo Alfano tutela le quattro più alte cariche dello Stato».
E che c’entra Scalfaro?
«Allora, nel 1993, il Lodo non c’era ancora ma i magistrati inventarono uno scudo su misura per tutelare il capo dello Stato».
Come andò quella storia?
«Alcuni funzionari del Sisde erano stati indagati per peculato dalla Procura di Roma. Alcuni di loro tirarono in ballo Scalfaro. Dissero che all’epoca in cui era ministro degli interni, quindi prima di diventare presidente, gestiva 100 milioni di lire al mese».
Una situazione esplosiva.
«A disinnescarla ci pensarono i magistrati della Procura di Roma, non il Parlamento, con un provvedimento mirato».
Che cosa accadde?
«Anzitutto quei funzionari furono messi sotto inchiesta per attentato agli organi costituzionali».
Risultato?
«Questi 007, rischiando una condanna pesantissima, decisero di tacere, come ci racconta Francesco Misiani che all’epoca era Pm a Roma nel libro La toga rossa. Ma non è questo il punto più importante».
E qual è?
«Il passaggio successivo».
Ovvero?
«Dopo una riunione cui parteciparono alcuni magistrati della Procura di Roma si stabilì di fermare l’indagine su Scalfaro».
Su che base?
«Sempre facendo riferimento all’articolo 289 del codice penale, quello che punisce severamente l’attentato agli organi costituzionali».
L’articolo 289 come il Lodo Alfano?
«Sì. L’articolo allora suonava così: “È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un reato più grave, chiunque commette atti diretti a impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al presidente della Repubblica” e ad altre cariche istituzionali” l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge”.
La Procura di Roma stabilì un’interpretazione assai estensiva del codice?
«Certo».
L’attentato agli organi costituzionali è un reato gravissimo: è stato contestato, per esempio, ai generali dell’Aeronautica militare che avrebbero mentito e depistato, ingannando il governo a proposito della strage di Ustica.
«Nel 1993 la Procura di Roma fu lodata da tutti per questo gesto che metteva il Quirinale al riparo delle tempeste. In pratica si fece leva sull’articolo 289 per sostenere che un’indagine avrebbe impedito alla presidenza della Repubblica di svolgere i propri compiti».
Quindi il procedimento fu sospeso?
«Certo, rimase congelato per sei anni. La controprova è che ripartì solo nel ’99, quando Scalfaro lasciò il Quirinale. E a quel punto fu rapidamente archiviato».

Dunque?
«Io spero che la Corte costituzionale non faccia a pezzi il Lodo Alfano. Se no, saremmo al paradosso».
Quale? «Vorrebbe dire che i giudici possono fare quel che non riesce ai politici. E che è un pool di magistrati e non le Camere a decidere le regole del gioco democratico. Fra l’altro se si va a vedere l’articolo 289 si scoprirà che il Lodo della Procura di Roma batte il Lodo Alfano anche come estensione».
Perché?
«Perché l’immunità prevista dal 289, secondo quell’interpretazione, copre anche il Parlamento e le Regioni».

Stefano Zurlo

Annunci

RICCIONE: ASSESSORE URBANISTICA, VIA AI SALDI DI FINE LEGISLATURA

25 luglio 2008

Con il caldo di mezza estate, la prossimità delle vacanze d’agosto e l’avvio degli ultimi mesi di legislatura fa sì che anche l’ufficio urbanistica del comune di Riccione, in attesa dell’approvazione in consiglio comunale del RUE (Regolamento Urbano Edilizio), avvii la stagione dei saldi.

In Commissione Urbanistica, riunita d’urgenza giovedì sera, per volere dell’assessore, sono stati esaminati due piani particolareggiati di “aree programma” che invece di definirli impresentabili, per senso di responsabilità, li definiamo “non sufficientemente istruiti”.

L’assessore ha rifiutato di rinviare il loro esame dimostrando così di voler sfidare maggioranza ed opposizione in consiglio comunale.

I primi effetti si sono già visti: autorevoli consiglieri di maggioranza, rappresentanti delle due componenti del PD (DS e Margherita) si sono presi un po’ di libertà per non dover assistere alla “bassa politica” dell’assessore, ormai, supportato solo dal proprio consigliere SDI…….   Prima di arrivare a fine legislatura la maggioranza ci offrirà altri spettacoli?……


Giustizia: un dramma tutto italiano

24 luglio 2008

Riprendo il filo del discorso sulla magistratura. Anzi, sui giudici, vincitori di concorso e facenti parte di un «ordine», secondo lettera costituzionale, i quali, oggi, sono diventati, nei fatti, un soggetto politico. Cossiga ha, ancora una volta, ragione. La magistratura è, oggi, un soggetto politico a tutti gli effetti e non guarda più in faccia a nessuno. Destra o sinistra, pari sono. Da buon soggetto autonomo, politicamente agente e istituzionalmente configgente. Questo è il vero dato della crisi italiana. La quale non ha più riferimenti istituzionali, perché il Presidente della Repubblica si è ben pronunciato sul ruolo dei magistrati e D’Alema, insieme a Violante, hanno posto il problema dell’auto-referenzialità politica della magistratura. Anche pezzi del mondo rappresentativo dei Pm non è propriamente giacobino, occorre aggiungere. Il nodo della crisi italiana è legato ad una duplice realtà: da un lato, la cronica debolezza della politica, che non riesce neanche a far passare la più banale delle «riforme», l’immunità degli eletti, che circola in ogni parte del mondo civile occidentale; dall’altro, il cortocircuito in atto tra la politica operante sui territori e il corpo sociale, che, come ha mostrato il Censis, vuole più Stato, ma non per questo crede di più nei politici.

Un dramma tutto italiano, frutto dello sfracello di Tangentopoli, con la delegittimazione di massa di cinquant’anni circa di vita democratica. E’ chiaro, allora, che sfaldato il lessico politico, oggi si guardi al meno credibile degli oppositori, Di Pietro, per «fare opposizione». L’ho riscontrato in un dialogo sereno con un giovane, credo napoletano, sicuramente meridionale (non a caso), sul treno Euronight diretto a Vienna, ore 19,30 circa di un venerdì come tanti. <<Io credo soltanto a Di Pietro!». «E perché?». «Perché è l’unico che, concretamente, dice sì o no a Berlusconi, gli altri non si capisce cosa vogliano fare». Perfetto. E’ il vertice dell’anti-politico (non solo dell’anti-politica, ma di qualunque fattore politico e pubblico in quanto tale) che si pone come baluardo di ciò che, sempre il linguaggio delirante dell’anti-politico, assume come il «Regime», cioè «Citizen Berlusconi», l’uomo Berlusconi come tale. Questa è l’ «opposizione» che riemerge, dopo il tracollo del progetto del Pd, un tracollo che anche noi non avremmo voluto così secco e repentino. Questo è il punto. Il collasso sistemico porta con sé il tracollo del Pd, che nasce per riequilibrare un sistema impazzito. E che anche lui non può riformare, perché una parte della sua cultura politica e del suo destino è legato ad esso, così com’è oggi.

Questo è il paradosso del Pd: il paradosso dell’asino. L’asino, posto tra due cumuli di fieno perfettamente uguali e alla stessa distanza non sa scegliere quale iniziare a mangiare, morendo di fame nell’incertezza. E’ il destino del Pd, un soggetto politicamente irrisolto e creatore di tipi umani e politici parimenti irrisolti. Veltroni è il paradigma di quest’antropologia politica. Non c’è niente da fare: in un contesto del genere, il dialogo si traduce giocoforza in «dialoghismo». Giannini l’ha scritto sulle colonne de La Repubblica: il «dialoghismo» è tramontato. Appunto, l’ideologia della Legislatura post-prodiana, dopo l’attorcigliamento sistemico che ha inferto il colpo (quasi) di grazia alla democrazia come realtà istituzionale. In salsa tecnocratica. L’iniziativa del Pdl deve muovere dalla consapevolezza di una crisi di questo portata e deve, di conseguenza, far valere l’unico criterio democratico legittimato dal popolo sovrano: i rapporto di forza. Oltre i quali, c’è la magistratura politica a fare quadrato. Contro la democrazia.

 Raffaele Iannuzzi


CASELLATI: L’impegno del governo è voltare pagina sulla giustizia

24 luglio 2008

“E` ora di voltare pagina e di riformare il sistema Giustizia, così da rispondere davvero alle attese dei cittadini. Cinque milioni di cause civili pendenti a fine 2007 ci dipingono un quadro non solo allarmante, ma addirittura devastante. Il governo Berlusconi ha un obiettivo ben preciso: realizzare una grande riforma, per tutelare tutti i cittadini, che chiedono di avere, finalmente, una giustizia giusta”.
Lo ha affermato il sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Alberti Casellati, che ha ribadito la priorità assegnata dal governo alla riforma della Giustizia.


Tavaroli: “Tronchetti mi ordinò un dossier sui soldi ai ds”

23 luglio 2008

 

Da Repubblica:

Giuliano Tavaroli dice: “Quando Pirelli acquisisce Telecom Italia, agosto 2001, Marco Tronchetti Provera mi annuncia: “Lei verrà con me a Roma”. Poi mi chiama Carlo Buora. Lo incontro a Milano in trasferimento dalla montagna al mare – ero in vacanza con i miei – e quello mi dice che non se ne fa più nulla. Mi spiega: “Contrordine, lei resterà in Pirelli, Enrico Bondi (all’epoca, amministratore delegato) vuole con sé in Telecom un altro. Naturalmente ne parlo con Tronchetti Provera che mi rassicura: “Lei si occuperà delle mie cose romane”. Le sue “cose romane” erano i suoi guai romani. E c’erano guai dappertutto, in quel momento”.
“Gasparri (il ministro delle Telecomunicazioni) non gli piaceva e Tronchetti non piaceva a Gasparri. In estate, al festival dell’Unità di Rimini, Massimo D’Alema lo attacca a testa bassa…
Ho già detto che una concezione moderna della sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche – o soprattutto – quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E’ un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell’avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche “sapere” e dunque capacità di adattarsi a quella “emergenza” o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo “analisi del rischio” e “analisi di scenario”. In quell’avvio di gestione della Telecom, ne avevamo bisogno come dell’aria. Il momento intorno a noi era sconfortante. Non c’era stato soltanto l’11 settembre, c’erano ancora le macerie dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini”.
(Tavaroli qui svela – e nemmeno troppo velatamente – il lavoro di spionaggio a cui, sostiene, “nessuna azienda rinuncia”. Lo riduce a raccolta di informazioni, a “mappatura” – diciamo così – dei caratteri, delle opinioni, delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La “conoscenza”, come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro. Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d’apertura, il livello minimo richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il “sapere”, la combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche, compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da diffondere. Tavaroli adopera un altro vocabolario, un’altra sintassi. Parla di “analisi delle forze in campo”, di “amici/nemici” ma, in soldoni, non è che l’esito sia diverso. Sempre di spionaggio si parla. La scena pare questa. Marco Tronchetti Provera, arrivato in Telecom, è consapevole di essere uno “straniero” nella geografia del potere. Le leve del comando – i primi governi Berlusconi hanno un peso politico debole, frammentato, privi di una strategia di lungo periodo, stretti intorno a un uomo solo interessato esclusivamente al proprio destino personale e imprenditoriale – sono custodite e sostenute da uno schema “antico” che Tavaroli, come ambasciatore di Tronchetti, ha incontrato nel giro delle sette chiese romane. “Un network eversivo”, lo definisce. Ne indica qualche nome: Letta, Bisignani, Cossiga, Scaroni, Elia Valori, Pollari, Speciale, Corigliano. E’ un’area di potere che costringe un estraneo come Tronchetti in un disequilibrio informativo che lo condanna a subire, sopportare; a essere condizionato. Essere consapevoli di quell’asimmetricità è il punto di partenza. Sapere è allora il terreno della risposta. Come affrontare l’avversario? Come rendergli conveniente venire a patti o rinunciare a ogni ostilità? Come guadagnare un margine di inviolabilità? E’ un confronto sotterraneo e senza esclusione di colpi. A sentire Tavaroli – che va ripetuto non è un testimone neutro, ma il principale indagato dell’affaire – è questo il mestiere che Marco Tronchetti gli affida. “Di volta in volta bisogna adattare le proprie iniziative all’avversario. D’Alema, per esempio. Penso di contattare Lucia Annunziata, allora direttore dell’agenzia Apcom. Ha buoni rapporti con D’Alema. Scelgo lei come canale per entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di futuro. Lei mi prospetta l’acquisizione dell’agenzia, me ne mostra i vantaggi e le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia contenuti e ne avevamo bisogno. Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo Associated Press, il meglio. L’affare poi si fece, come si sa. Comunque, l’incontro D’Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della Telecom.
Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama Buora. Nel suo ufficio ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro dell’Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è prossima al fallimento. La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti non ci sono rapporti. Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni – vere o false – che possono danneggiare la mia azienda. Non c’è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due – Tronchetti e Tremonti – si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri.
Altro episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e qualche “analisi”. Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d’investigazione del mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) l’incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi (Parmalat). Nell’autunno del 2004, l’uomo in Italia della Kroll, un belga d’origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli chiede “se il governo ha nulla in contrario che l’agenzia organizzi un’azione di discredito contro Marco Tronchetti Provera”. Sorprendentemente, invece di metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende tempo: “Le farò sapere!”. Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a Roma in tutta fretta. E’ il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per quaranta minuti. Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune, “il nostro Marco” (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi. Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6 novembre 2004, faccio pubblicare che c’è “un mandato d’arresto per l’uomo della Kroll, Nunzio Rizzi”. La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio andare d’accordo”.
(Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro – e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o protette le intenzioni di Tronchetti – nessuno è escluso. Nemmeno la magistratura).
“Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: “Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi”. Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l’idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. E’ più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell’idea dalla testa.
Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l’azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco. Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti Provera quando mi diceva: “Le abbiamo chiesto troppo”. Se avevo bisogno di informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani (investigatore privato della Polis d’Istinto). Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono state – ma questi sono affari di Cipriani – indagini illegali. Ammetto che bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell’indagine della procura di Milano, non ce n’è traccia. Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì. Le cose andavano così. Fino a quando sono stato in Pirelli, sono stato più o meno un “centro di servizi”. Tronchetti Provera, da Telecom, aveva bisogno di informazioni. Mi chiamava e io provvedevo a raccoglierle. Nessuno si dovrebbe meravigliare. Le aziende vivono di informazioni fino alla raffinatezza delle “analisi predittive”. E non esitano a sporcarsi le mani. Un esempio? Per quel che so, l'”Operazione Quattro Gatti”, lo sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, fu finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3), Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson.
Quando arrivo in Telecom, il lavoro cambia. Agisco “di iniziativa” sulle analisi tipiche della sicurezza. Attenzione, però, il “sistema Tavaroli” non era e non è mai stato il “sistema Cipriani””.
(Tavaroli non ammette che l’uno integrava l’altro, che l’uno sosteneva l’altro e mai parla del ruolo di Marco Mancini, il capo del controspionaggio. Lo ripetiamo ancora: questa è soltanto la verità di un indagato).
“E’ a questo punto che arrivano i primi segnali dal “network eversivo”. Si fanno sotto quelli che io chiamo “i massoni”. Cominciano a scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro, della mia presenza a Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico “nastro” delle informazioni in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni e di un servizio segreto. Lo avevate capito anche voi a Repubblica, ma immaginavate che Telecom fosse il centro del “sistema” e non solo un segmento, il più fragile. Arriva il primo segnale e non faccio fatica a “leggerlo”. Le manovre compromettenti (è sospettato di essere coinvolto in un traffico d’armi) di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di Tronchetti) con uno dei figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi Bisignani che aveva avuto l’informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la musica. Anche Afef parve a rischio”.
(Tavaroli non dice né vuole dire se il dossier raccolto anche sulla moglie di Tronchetti sia stato una sua personale iniziativa o un’operazione commissionata da altri o addirittura concordata con il presidente della Telecom).
“E’ un fatto che Afef si porta dietro tutte le amicizie romane del primo marito, Marco Squatriti (Andreotti, Bisignani, Letta). Ricordo che, quando Squatriti finisce in carcere, il primo che gli va a fare visita, come avvocato anche se non era il suo avvocato, è Cesare Previti. L’uomo deve essere finito al centro di una faccenda molto seria. Perché nessuno s’incuriosisce al finale della storia di Italsanità (era la società dell’Iri che aveva affittato dai privati 28 immobili da destinare a residenze per anziani, impegnandosi a pagare affitti per 1.000 miliardi in nove anni, di cui 572 a Squatriti, titolare degli 11 contratti più consistenti)? Sono stati rimborsati a Squatriti un centinaio di miliardi di lire. Oggi Squatriti non ha più un soldo. Dove sono finiti i denari? E, soprattutto, di chi erano? Forse per tenersi buono questo giro, il Dottore ingaggia Maurizio Costanzo (P2, tessera Roma 152), tutt’uno con Previti, Squatriti, Gianfranco Rossi (il faccendiere romano, arrestato nel giugno 1994, è l’intestatario del conto corrente “coperto” FF 2927 presso la Trade Development Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila dollari fornitigli da Bisignani e parte della maxitangente pagata dall’Enimont ai partiti di governo), Luigi Bisignani (P2, tessera Roma 203).
Tronchetti retribuisce Costanzo con 3 milioni di euro all’anno soltanto, in definitiva, per costruire l’immagine di Afef. Ma, in realtà, Tronchetti vuole tenerlo buono e, nel contempo, alla larga. Costanzo non aveva nemmeno il numero diretto del suo cellulare. Si ripetono i segnali negativi.
Salvatore Cirafici, capo della sicurezza di Wind, un massone, mi racconta che è stato interpellato da un giornalista del Giornale che sta preparando un articolo contro di me, ispirato da Luigi Bisignani. Che ci fossero fibrillazioni in corso, lo deduco anche da altri episodi. Poco dopo il Natale del 2002, diciamo nel gennaio del 2003, Berlusconi convoca Pollari a Palazzo Chigi e gli chiede a brutto muso: “Chi è questo Tavaroli?”, “E’ vero che Mancini è un comunista”? Pollari replica, difende Mancini e comunica che sta per nominarlo capo della 1° Divisione. Berlusconi abbozza. Non poteva dire di no a Pollari. Come non glielo ha potuto dire poi, con il governo successivo, Romano Prodi, che ha sempre difeso il direttore del Sismi.
La faccio breve, nel 2004 fonti della Guardia di Finanza fanno sapere in Telecom che “Tavaroli, da punto di forza, è diventato un punto di debolezza”. A maggio mi convoca Tronchetti e, alla presenza di Buora, mi consiglia di accettare una aspettativa di tre mesi per far calare il polverone su di me e la società. Accetto, non ho alternative. Per tre mesi, il telefono si fa muto. Non mi chiama più nessuno, se si esclude Adamo Bove (il dirigente della security governance della Telecom precipitato il 21 luglio 2006 da un cavalcavia della tangenziale di Napoli: suicidio o istigazione al suicidio?). Vado in Romania. Mi richiamano in Italia dopo l’attentato al Tube di Londra del 7 luglio 2005. Tronchetti chiede a Letta se può darmi una consulenza antiterrorismo. Letta si dice d’accordo “nell’interesse del Paese”. A fine anno, il Dottore mi dice: devi rientrare.
Nel gennaio 2006, quando sono pronto a rientrare, Cipriani si fa abbindolare dai carabinieri di Firenze che non hanno mai smesso di blandirlo: “Vuota il sacco e le tue responsabilità saranno ridotte al minimo…”.
Quello ci casca e trovano il dvd con i file illegali, peraltro già in possesso di Emilio Ricci, avvocato, romano, comunista, amico mio, di Pollari, di D’Alema. Cipriani consegna la password ai pm. In tempo reale la notizia arriva a Tronchetti – penso attraverso l’avvocato Mucciarelli. Il Dottore mi convoca. Mi dice: hanno il dvd; l’hanno aperto; lei non può più tornare in azienda. Io mi mostro preoccupato. Gli dico: su quel dvd ci sono i file di Brancher, e di Cesa, e la faccenda di D’Alema e dell’Oak Fund. Inizialmente, Tronchetti finge di non ricordare. “D’Alema? – dice – e che c’entra, io non so nulla…”. Poi, qualche giorno dopo, gli torna la memoria e ammetterà che era stato lui a commissionarmi quel lavoro per verificare se, nell’acquisizione di Colaninno, fossero state pagate tangenti. Qualche mese dopo, in maggio, Tronchetti alla presenza del solito Buora mi chiede le dimissioni. Fu un lavoraccio, l’inchiesta “Oak Fund”. Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato “Baffino”, ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l’Europa per poi approdare a Londra nel conto dell’Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino.
Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo “esponenti politici…”.
Formalmente perché è necessario attendere la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti illegalmente sono utilizzabili nel giudizio. Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora?
Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura. Credo che egli abbia lasciato esplodere il “caso Rovati” al solo scopo di anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d’uscita. Con quel che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli: non hai l’autorità né la credibilità per governare le reti. Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell’area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l’idea che la si stia sfidando. Genio dell’opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un’ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto. Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto fiducia a chi non la meritava. Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare”.
(2. Fine)
Torna alla prima puntata


FARINA: Tutti mascalzoni tranne a “Repubblica”?

23 luglio 2008

“Per una volta sono colpiti contemporaneamente dal chiacchiericcio di ’Repubblica’ imprenditori, Tronchetti Provera, Colaninno, politici di destra e sinistra, Castelli, Cossiga, Berlusconi, Letta, Fassino, D’Alema, magistrati, Armando Spataro, capi dei servizi segreti, Pollari. Possibile che in Italia siano tutti mascalzoni, tranne i giornalisti e l’editore di ’Repubblica’?”. Lo ha affermato in una nota, il deputato Pdl Renato Farina, in merito al caso Tavaroli.


LAGUNA SECA: UN CAMPIONE DI NOME VALENTINO

21 luglio 2008

 

 

Dopo la gara di domenica a Laguna Seca Valentino Rossi, The Doctor, merita una foto anche sei i contenuti del blog sono estranei al mondo dello sport. Un campione merita un’eccezione!